Lambro: altro petrolio nelle acque

Idrocarburi nel fiume Lambro

Idrocarburi nel fiume Lambro

La brutta storia si ripete: dopo il disastro ambientale di 4 mesi fa,  ad opera della Lombarda Petroli, nuovo petrolio torna nelle acque del fiume.
Due notti fa vi è stato altro versamento di idrocarburi nelle acque del fiume, precisamente  nel tratto vicino al parco di Monza.
L’intervento degli agenti della polizia provinciale e dei sommozzatori della protezione civile è stato tempestivo. Sono stati installate delle barriere oleoassorbenti e numerosi cuscinetti per contenere gli oli industriali riversati nel fiume.

Anche questo nuovo incidente è stato provocato da persone irresponsabili e incivili che considerano il fiume come una vera e propria discarica.

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Brasile: centrale idroelettrica in Amazzonia

amazzonia

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In Brasile, precisamente a Tierra del Medio (Amazzonia orientale) Stato del Pará, presto sorgerà una centrale idroelettrica.
Al bacino del fiume Xingú, un secolo fa giunsero famiglie dal Nordest del paese, povero e desertificato. Grazie alla ricchezza naturale prodotta della foresta si crearono una buona prespettiva di crescita economica e sociale. In poco tempo divennero esperti “siringueros”, ovvero estrattori del latte dell’albero del cauchù. Dunque entrarono nella grande catena di produzione della gomma  e la loro vita migliorò.
Oggi vi è minaccia quel rapporto proficuo e rispettoso con la foresta. Alcune aziende senza scrupoli, spalleggiate dal governo, ha intenzione di trasformare l’area in una fonte energetica idroelettrica, sfruttando la potenza dei fiumi. E’ nato infatti il progetto della centrale idroelettrica dello Xingú, la quale sfrutterà il dislivello di 85 metri che il fiume forma all’altezza di una grande curva chiamata Volta Grande.
Un’occasione molto  ghiotta a cui nessuno degli interessati vuol rinunciare, in primis Governo Lula.

Nel 2004  l’area, ora minacciata dalla centrale, era stata dichiarata “Riserva Estrattiva” (Resex) tramite decreto presidenziale. Un gesto eclatante fatto per garantire il tradizionale lavoro di quelle famiglie e per proteggere la ricchezza del luogo dalla minaccia della deforestazione selvaggia in nome del profitto.  Oggi invece le  azioni in  programma sono diametralmente opposte.

Belo Monte è “l’inizio di un nuovo ciclo di estinzione – ha commentato André Villas-Bôas, il sociologo che coordina il programma Xingú per la Ong Isa -. Ora si tratta di mangiarsi il fiume, poi toccherà ai boschi”. E secondo lui, oramai la centrale idroelettrica è “un fatto compiuto”, nonostante le azioni giudiziarie che cercano di fermarne la costruzione.

La nuova centrale idroelettrica avrà una potenza di 11.233 megawatt, che però andrà a rendere solo per un 40 percento del suo potenziale, visto che il flusso idrico del fiume nell’estate amazzonica – secondo semestre dell’anno – arriva a toccare appena mille metri cubi al secondo, contro i ventimila del periodo delle pioggie. Da qui la necessità di costruire grandi dighe a monte, con il fine di rendere più regolare il flusso e aumentare l’energia prodotta.

Le 2 dighe principali verranno costruite dove finisce la parte più accidentata del rio, e proprio qui sorgerà la centrale. Tutti coloro che da sempre vivono di pesca, di raccolta di castagne e di altre erbe officinali amazzoni, molto richieste dalle industrie di cosmetici che ne ricavano preziosi oli essenziali, resteranno a bocca asciutta. Un disastro a catena, dunque, che sembra nessuno avrà il potere di scongiurare.

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Golfo del Messico: nuova fuga di idrocarburi

perdite greggio BP

perdite greggio BP

Il governo americano ha ordinato alla BP (British Petroleum) informazioni sulla nuova presunta fuga di idrocarburi e su “altre anomalie” vicino al pozzo che ha dato origine al disastro ecologico nel Golfo del Messico.
Pare che sia stata individuata una nuova perdita e che il coordinatore federale, Thad Allen, abbia chiesto alla Bp un piano per riaprire in tempi rapidi il pozzo Macondo che è stato chiuso da alcuni giorni da una struttura di contenimento. “Vi chiedo di fornirmi una procedura scritta per potere aprire la valvola di strangolamento quanto più rapidamente possibile senza danneggiare il pozzo, nel caso in cui la fuga di idrocarburi accanto al pozzo dovesse essere confermata”, ha scritto l’ammiraglio Allen nella missiva indirizzata al direttore di BP, Bob Dudley. A quasi 3 giorni dalla chiusura del “tappo” che ha fermato la fuoriuscita di greggio,  ieri si presagiva un cauto ottimismo.
Vi è la possibilità che il greggio, imprigionato nel pozzo otturato, finisca per creare falle e spargersi ancora nell’Oceano.

Il naufragio del 22 aprile della piattaforma “Deepwater Horizon”, continua a creare dunque  gravi ripercussioni sulla vita degli abitanti delle zone colpite: Texas, Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida; tutte zone che vivono di pesca e di turismo.

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All’origine della marea nera…

disastro ambientale

disastro ambientale

Il petrolio continua a sgorgare in quantità spaventose dai fondali del Golfo del Messico; potrebbe presto rivelarsi il più grande disastro ecologico della storia mondiale.

Forse non riusciremo mai a far pienamente luce sulle cause della tremenda esplosione che ha distrutto la piattaforma “Deepwater Horizon”. Tra le probabili cause vi sono una falla nel cemento che ancorava la piattaforma al fondale ed un dispositivo anti-esplosioni disattivato.
Ma sulla causa a monte di tutto questo non ci sono dubbi: la corsa delle multinazionali allo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio nelle zone più remote della Terra.

Gli Stati Uniti si sono affacciati all’era degli idrocarburi con immense riserve di petrolio e gas, il cui sfruttamento è stato uno dei motori della crescita economica e dei conseguenti profitti da capogiro di giganti dell’energia come Bp ed Exxon. Nell’epoca pionieristica dei pozzi di petrolio esplosioni e fuoriuscite incontrollabili erano di norma. Ma anno dopo anno le compagnie hanno imparato a gestirli con nuove tecnologie. Ora, in questa frenetica corsa ai giacimenti “difficili”, si è tornati a queste “esuberanze” del petrolio.
Bp stava spingendo da qualche anno le ricerche sempre più in profondità. Il pozzo esploso (Mississippi Canyon 252), partiva da un fondale a 1500 metri di profondità e scendeva per altri ben 4000 sottoterra!

Materiale scadente e scarsi controlli hanno giocato forse un ruolo decisivo in quest’ultima catastrofe ambientale. La ragione a monte è la sfrenata corsa a pozzi in regioni pericolose, “necessari” per tentare di compensare il declino delle riserve convenzionali.

Finché prevarrà questa spinta compulsiva altri disastri non tarderanno ad arrivare!

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Louisiana minacciata dalla marea di petrolio, corsa contro il tempo

piattaforma in fiamme

piattaforma in fiamme

NEW ORLEANS – Un gigantesco rogo per fermare la marea nera che minaccia le coste del Golfo del Messico. E’ la soluzione, o una delle soluzioni, alla quale stanno pensando i tecnici impegnati ad arginare la perdita di greggio seguìta al disastro della piattaforma Deepwater Horizon, affondata giovedì scorso dopo un’esplosione. Le operazioni, condotte con l’ausilio di alcuni robot sottomarini, “potrebbero durare alcuni mesi” ha detto l’ammiraglio Mary Landry, che coordina le operazioni, ma intanto dal pozzo sottomarino continua a sgorgare ogni giorno il contenuto di circa 1000 barili.

Al momento, la macchia nera che galleggia sulle acque del Golfo del Messico ha una circonferenza di 970 chilometri, copre circa 75.000 chilometri quadrati e si trova circa 32 chilometri al largo delle coste della Louisiana. Le previsioni dei venti indicano che la macchia dovrebbe raggiungere la costa all’incirca sabato, e compromettere irrimediabilmente un’area in cui le spiagge con il turismo e le zone di pesca sono elementi fondamentali per l’economia del paese. [continua...]

Fonte: Repubblica.it | Ambiente

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Usa: esplosa piattaforma petrolifera

U.S.A.: espolode piattaforma petrolifera

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Potrebbe trasformarsi in un ennesimo disastro ecologico la deflagrazione avvenuta al largo della costa della Louisiana. 17 i feriti, di cui 4 gravi. E, mentre non si fermano le operazioni per domare le colonne di fuoco, continua la ricerca di 11 persone.

Potrebbe trasformarsi in un nuovo disastro ecologico l’esplosione della piattaforma petrolifera “Deepwater Horizon”, avvenuta nella notte del 20 aprile a 50 miglia al largo della costa della Louisiana.

Il bilancio provvisorio è di 17 feriti, tra cui quattro gravi, e di 11 dispersi, per i quali si spera che si siano potuti salvare su un battello d’emergenza. Possibilità che, tuttavia, diventa sempre più labile col passare delle ore. Dell’incidente, su cui è stata aperta un’inchiesta, s’ignorano, al momento, le cause. Al riguardo Adrian Rose, vicepresidente della compagnia petrolifera “Transocean”, ha dichiarato: “Non conosciamo ancora le cause dell’incidente. I nostri sforzi sono anzitutto concentrati sulla ricerca dei dispersi e, poi, sulla messa in stato di sicurezza della piattaforma”.

Alta 122 metri, la “Deepwater Horizon” continua a essere avvolta da altissime colonne di fuoco, per spegnere le quali sono impegnati, dal 20 aprile, due elicotteri, due imbarcazioni e un aeroplano. A causa delle alte temperature, raggiunte con l’incendio, la piattaforma s’è inclinata e rischia di cadere in acqua. Parte del petrolio è già finito in mare.

Fonte: SkyNews


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