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Archivio per la Categoria ‘Inquinamento’

09mar

Energia pulita a costo zero: con la Zeolite è possibile

La zeolite è uno strano materiale. Se ci si spruzza sopra dell’acqua comincia a emanare calore. Arriva fino a 80 gradi, per poi asciugarsi e tornare rapidamente allo stato di partenza, pronta a surriscaldarsi di nuovo. Non per niente il suo nome significa “pietra che bolle“. Tale comportamento è dovuto alla sua composizione,  ha al proprio interno minuscole cavità che intrappolano le particelle d’acqua e, frenandole, fanno sì che l’energia che le molecole possiedono si trasformi in calore.

Tale scoperta la dobbiamo ad un mineralogista svedese, tale Axel Fredrik Cronstedt che alla metà del 1700 tra le altre cose scoprì il nichel e diede il nome al tungsteno. Anche se in realtà la cosa che lo scienziato notò fu il processo inverso: era sufficiente scaldare la zeolite per farle emettere grandi quantità di vapore. Da allora, in molti si sono appassionati a studiare e capire questo tipo di minerali .
Comunque sia, in un mondo sempre più affamato di fonti di energia e di energia pulita, una caratteristica come quella di emettere calore senza sforzo non poteva passare inosservata e così la zeolite adesso potrebbe entrare nelle nostre case (anzi, come vedremo, in qualche casa di sicuro è già entrata). La Vaillant , azienda leader nel settore delle caldaie, sta per mettere in commercio un modello di impianto che ha battezzato ZeoTherm e che funzionerà, almeno in parte, grazie alla zeolite.

A chi produce impianti che si occupando generare calore per scaldare acqua in effetti non poteva di certo sfuggire un materiale che, in sostanza, riesce a fare la stessa cosa da solo, senza bisogno di fornire energia dall’esterno. Così i laboratori di ricerca e sviluppo del colosso tedesco si sono messi al lavoro e in otto anni sono riusciti a ottenere una zeolite sintetica che riproduce in tutto e per tutto la straordinaria caratteristica della pietra naturale, con il vantaggio però di non doverla estrarre sottraendo risorse alla natura e di poter disporre di un materiale puro. Perché poi, in realtà, da punto di vista chimico la zeolite è persino molto semplice: è un composto di silicio e alluminio, un alluminosilicato che si comporta in maniera “hot” grazie alla sua struttura interna. Così la zeolite sintetica si presenta con un’aria alquanto anonima: piccole sfere bianche del diametro più o meno di un millimetro.

Molto diverse dalle belle pietre che si trovano in natura che formano cristalli con colori dal rosa al verde, grazie agli altri minerali con cui silicio e alluminio si combinano nel lungo processo di formazione geologica. Perché in realtà la zeolite non è una sola: sono tante pietre diverse che cambiano nome, e colore, a seconda del minerale che incorporano. La zeolite sintetica è meno bella, ma promette di mantenere intatto il suo straordinario potere per circa 300 anni. E a un prezzo piuttosto ragionevole: un chilo di prodotto, rivela la Vaillant, costa circa 70 euro.
ZeoTherm è un sistema integrato, che comprende pannelli solari, pompe di calore a gas e, appunto, zeolite. Alla quale è affidato il compito di aumentare l’efficienza del sistema, facendo risparmiare energia e, quindi soldi. «I rendimenti energetici dei nuovi impianti energetici sono già altissimi, ma con la zeolite siamo riusciti ad arrivare al 135%», racconta Gherardo Magri, amministratore delegato di Vaillant Italia. Il vantaggio non è piccolo: se all’improvviso tutti gli impianti di riscaldamento di una città come Milano adottassero questo sistema, hanno calcolato, l’effetto sarebbe di 150.000 tonnellate di CO2 in meno all’anno o, detto in termini ancora più semplici, l’equivalente di 103 giorni all’anno con la città senza nemmeno un auto per le strade. Un bel successo ecologico.

La zeolite da sola ancora non ce la fa a far funzionare un impianto di riscaldamento. Quando viene bagnata emette calore, ma poi deve asciugarsi per potere ripetere la performance. Però è chiaro che il suo ruolo in un ciclo di produzione come quello di una caldaia, può essere strategico. E la Vaillant sta pensando a come uitilizzarla anche nelle piccole caldaie domestiche a gas. «Siamo solo all’inizio di un nuovo viaggio», promette Magri. Anche perché la Vaillant non è poi l’unica impresa che sta pensando o ha pensato a come usare la zeolite. C’è chi la sta mettendo nelle lavatrici e chi negli impianti di condizionamento. Ma in realtà questo materiale ha anche un’altissima capacità filtrante.

Quindi può essere usata per trattenere sostanze inquinanti e depurare. La Tepco, ad esempio, l’ha usata nel mare davanti a Fukushima per assorbire materiale radioattivo dopo il disastro di un anno fa nella sua centrale nucleare , mentre ci sono molte aziende che la producono per filtrare l’acqua delle piscine o degli acquari. Un materiale davvero particolare, insomma, che nella quotidiana ricerca di soluzioni per l’inquinamento e per la produzione di energia potrebbe riservare altre sorprese nei modi in cui riuscire ad esserci utile.

 

06mar

Aire : energia eolica autoprodotta

Ecco la maschera Aire, ovvero la nuova invenzione del designer brasiliano Joao Paulo Lammoglia, già vincitore del Red Dot Award.
Di che cosa si tratta? E’ una maschera da indossare ad esempio durante il sonno ed ha la funzione di convertire l’energia eolica che si genera con la respirazione in energia elettrica per la ricarica di piccoli dispositivi elettronici, ad esempio un telefono cellulare.Ovviamente nel massimo rispetto ambientale.

Come funziona? Aire contiene al suo interno una serie di mini-turbine eoliche che trasferiscono l’energia al dispositivo elettronico attraverso un cavo. La si può indossare non solo durante il sonno ma anche quando si cammina, si corre o si fa qualsiasi altra cosa che preveda la respirazione, dunque sempre o quasi.

L’ultimo passo verso la commercializzazione del prodotto consiste nel trovare qualcuno disposto a finanziare la realizzazione di Aire. Joao Paulo Lammoglia non è nuovo nel campo dei concept, è infatti in attesa di finanziatori anche per altre sue idee innovative. Per quanto riguarda Aire può vantare della simbolica ma nemmeno troppo approvazione del Pianeta poichè inquinamento e impatto ambientale sono pari a zero.

Ecco il link del suo sito:  http://www.joaolammoglia.net/

05mar

Clean Renewable Energy: ecco l’Abito Anticrisi

L’idea è quella di valorizzare il corpo femminile non solo nella bellezza delle sue forme ma renderlo una forma di comunicazione attraverso gli abiti.
Trasformare un abito indossato dalla donna in un messaggio positivo verso gli altri.
Dare alla donna il compito e il merito di essere superiore a l’uomo nel migliorare o risolvere i problemi.

L’abito CLEAN RENEWABLE ENERGY e’ la rappresentazione della crisi che sta attraversando il nostro paese e non solo,una crisi che abbraccia un po’
tutto il mondo,una crisi economica energetica ma soprattutto ambientale,l’abito e’ un invito alle persone affinche’ abbandonino l’uso sfrenato delle auto ed inizino ad usare la vecchia,e di sicuro,piu’ ecologica bicicletta,chiusa nei garace con cumuli di polvere e ragnatele perche’ ormai non la si usa da troppo tempo…
L’uso di questo sicuro ed ecologico mezzo di trasporto favorira’ l’ambiente e lo aiutera’ a rigenerarsi,a purificarsi,o tra non molti anni saremo costretti a girare per strada con mascherine antismog e bombole di ossigeno..Bruciare combustibili per produrre energia continuera’ a ridurre il nostro pianeta in un mondo dove sara’ difficile scappare quando l’aria sara’ irrespirabile, ridotta cosi’ dai fumi che le tantissime auto emettono….abbiamo un chiaro esempio di quello che potrebbe succedere al nostro pianeta dalla storia delle popolazioni dell’Isola di Pasqua,sfruttarono l’ambiente della loro piccola e sperduta isola nell’oceano,ma si resero conto troppo tardi dei danni che avevano recato al delicato equilibrio naturale e non poterono scappare e cosi’ la loro popolazione inizio’ a combattersi per prendersi le poche risorse rimaste….
noi
non vogliamo piu’ guerre nel nostro mondo ma vogliamo governi che si aiutino e che insieme trovino un modo per risolvere questa crisi…. consumare meno combustibili fossili e meno petrolio questo e’ il messaggio che cerca di lanciare l’abito anticrisi,meno consumo del petrolio aiutera’ ad abbassare i prezzi dei carburanti,far capire alle compagnie petrolifere e ai governi che continuare con questa politica energetica porta in una sola direzione,cioe’
dare alle generazioni future un mondo inquinato ed un mondo di ostilita’
energetiche…Inoltre l’uso del petrolio sta spostando tutte le ricchezze nei paesi che producono carburanti,il nostro pianeta’ sta diventando un divario troppo grande tra i paesi ricchi e quelli poveri,creando cosi’ una delle piu’
grandi crisi umanitarie….oggi ci sono paesi dove con i petroldollari si permettono lussi che sembrano venire da altri pianeti,idee impensabili ma realizzabili con i troppi soldi del cosiddetto ” ORO NERO “,mentre nel resto del mondo c’e’ una popolazione fatta da poveri, ci sono bambini che ogni giorno lottano con la fame e con la sete… I governi sono responsabili di tutto questo ma sarebbe ora di invertire la rotta,iniziare a produrre energia pulita e rinnovabile,energia solare,eolica,geotermica,iniziare a creare macchine che si muovono ad energia magnetica,sono tutte energie che ci sono e ci saranno per sempre e che non portano danni di nessun tipo all’ambiente……

 

fonte: Clean Renewable Energy

24feb

Costi ambientali elevati: WWF lancia l’allarme

WWF, in collaborazione con Sustainable Europe Research Institute (SERI), ha reso noto lo studio Market Transformation – Sostenibilità e mercati delle risorse primarie. In pratica solo in Italia commodities quali caffè, cotone, carta e olio di palma:

  “costano” all’ambiente 8 miliardi m³ di acqua, 34,5 mln t di CO2, 8,5 mln ettari di terra, 20 mln t di materiali ‘biotici’ ovvero la biomassa coltivata, 36,5 mln t di materiali ‘abiotici’ (come sedimenti, rocce, minerali erosi) per un totale di mezza tonnellata/anno di risorse per ogni italiano. In 30 anni + 65% di risorse naturali prelevate, con 35 aree prioritarie minacciate.

Il documento che sarà discusso in occasione di Rio20+ è rivolto alle aziende piuttosto che ai consumatori e include per l’Italia i grandi marchi quali Illy, Lavazza o Zanetti per il caffè; il Gruppo Sofidel, secondo gruppo europeo nel mercato tissue, e ben 18.798 imprese impegnate nella filatura e tessitura oltre alle 36.200 legate alla confezione di abbigliamento; per l’ olio di palma sono coinvolti ENI per i biocombustibili e Autogrill, Ferrero o Barilla per i prodotti alimentari. La richiesta è articolata e richiede appunto che le grandi aziende siano consapevoli della fine delle risorse che potranno essere gestite se si adotteranno:

soluzioni per trasformare il mercato, promuovendo fonti e filiere sostenibili di produzione delle risorse primarie con il coinvolgimento di imprese, istituzioni e cittadini: un ‘vademecum’ di proposte specifiche, che vanno dall’adesione a standard di sostenibilità per l’approvvigionamento responsabile e sistemi di certificazione internazionalmente riconosciuti (come il Forest Stewardship Council-FSC) all’abolizione delle tariffe sull’importazione di materie certificate, dal trasferimento della pressione fiscale dalla forza-lavoro all’uso delle risorse naturali alle attività di policy fino al consumo consapevole.

ECCO IL “FARDELLO” DEL MERCATO ITALIANO: DAL BAR ALL’ARMADIO AL SERBATOIO
Inquinamento, deforestazione, perdita di habitat, specie animali ridotte a rischio estinzione, sottrazione di terreni all’agricoltura, negazione dei diritti umani, sfruttamento e stravolgimento degli stili di vita delle comunità indigene: sono alcune componenti del ‘fardello ecologico’ che il mercato, attraverso le filiere produttive di moltissimi prodotti che entrano nella nostra vita quotidiana ‘trasferisce’ sulle nostre tavole, nei nostri armadi, nel serbatoio delle auto, sui banchi di scuola o sulle scrivanie a lavoro. Oltre a fornire dati e stime sullo scenario italiano e globale, il WWF ha concentrato la propria analisi sui processi produttivi di caffè, carta, cotone e olio di palma:

    CAFFE’: IN UNA TAZZINA DEFORESTAZIONE E SPECIE A RISCHIO.
Le importazioni italiane di caffè (circa 470mila tonnellate nel solo 2008) gravano sull’ambiente con 1400 milioni di metri cubi acqua, circa 4 milioni di tonnellate di CO2-equivalenti, 1,6 milioni di ettari l’anno – ovvero più della superficie dell’intera Calabria – 700mila tonnellate di materiali biotici e 6,5 milioni di tonnellate di materiali abiotici. In generale, per produrre un chilo di caffè sono necessari 12-14 mq di terra arabile, mentre sono circa 10 milioni gli ettari di terra destinati globalmente alla coltivazione del caffè. Le importazioni italiane di caffè in forma grezza, torreffata o decaffeinata sono cresciute del 130% dal 2000 a oggi e provengono soprattutto da Brasile (33%), Vietnam (16%) e India (10%). (Vedi mappa importazioni italiane). Nello stesso periodo invece le esportazioni sono aumentate del 195%. La produzione mondiale invece ammonta a oltre 7,5 milioni di tonnellate ed è aumentata dell’8% dal 2004 al 2009. Tra i principali danni ambientali e sociali ci sono: il taglio delle foreste pluviali, rischio d’estinzione per il rinoceronte di Sumatra, elefante indiano e tigre di Sumatra. Le aree più colpite sono: Amazzonia, Choco-Darien, laghi africani del Rift, Sumatra, Borneo e Nuova Guinea, Ghats Occidentali (India) e area del grande Mekong. In particolare nell’Isola di Sumatra l’area ricoperta da foreste è passata dal 60%, nel 1960, ad appena il 10% nel 2010.

    CARTA: A SCUOLA, IN UFFICIO, IN EDICOLA E A CASA.
Sui banchi di scuola o sulle scrivanie in ufficio approda ogni giorno, sotto un’altra veste, il nostro ‘fardello’ quotidiano ‘nascosto’ in quaderni, libri, block notes ecc. Lo stesso vale per carta per usi igienico-sanitari, imballaggi di numerosi prodotti, giornali ecc. Alle importazioni italiane di carta e pasta-carta, infatti, (circa 7,6 milioni di tonnellate) è riconducibile l’utilizzo di 900 milioni di metri cubi d’acqua, l’emissione di 8,5 milioni di tonnellate di gas serra (CO2-equivalente), 5,8 milioni di ettari di terra l’anno – pari alla superficie di Campania, Calabria, Basilicata e puglia messe assieme –, 16 milioni di materiali biotici e 17 milioni di materiali abiotici. Questa risorsa arriva in Italia soprattutto da Germania (19%), Svezia (14%), Francia (10%), USA (8%), Austria (7%), Brasile (6%), Spagna (5%). (Vedi mappa importazioni italiane). I principali problemi ambientali e sociali sono: deforestazione e trasformazione delle foreste, taglio illegale, conflitti sociali, minaccia degli habitat naturali, violazione dei diritti umani e distruzione delle foreste protette. Le aree prioritarie più colpite sono: Amazzonia, foresta Atlantica brasiliana, Cerrado/Pantanal, Borneo, foreste Valdiviane, Altai Sayan, Amur Heilong, Sumatra, area del Mekong, fiumi degli USA sud-orientali. Circa la metà del legno tagliato sul pianeta per usi commerciali è usato per produrre carta, che “occupa” 130 milioni di ettari di terra e solo il 10% della popolazione mondiale (Europei e Nord Americani) consuma circa la metà dei prodotti. Nel 2009 la produzione mondiale di carta e cartone è stata di 377 milioni di tonnellate.

COTONE: 20MILA ‘SCHELETRI’ L’ANNO NELL’ARMADIO.
Il fardello ecologico che portano con sé le importazioni italiane di cotone (circa 670mila tonnellate di cotone e derivati nel solo 2009) equivale a: un consumo di 5.300 milioni di metri cubi di acqua, l’emissione di circa 20 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti di gas serra, 944mila ettari di terra l’anno – superficie paragonabile a quella delle Marche –, 955 migliaia di tonnellate di materiali biotici e 13 milioni di tonnellate di materiali abiotici. L’Italia importa il cotone prevalentemente da: Cina (20%), Turchia (13%), Pakistan (11%), India (9%), Bangladesh (5%). (Vedi mappa importazioni italiane). La produzione mondiale è di circa 25 milioni di tonnellate, di cui l’80% proveniente da 5 soli Paesi: Cina (34%), India (21%), USA (12%), Pakistan (8%) e Brasile (5%). Il 99% dei produttori, cui si deve il 75% del prodotto, si trova nei Paesi in via di sviluppo. Il consumo pro-capite è di 6,8 kg l’anno (di 17,7 kg nei Paesi sviluppati). I principali danni ambientali e sociali sono: ingente consumo di acqua ed energia, uso di pesticidi altamente inquinanti (in particolare fertilizzanti azotati sintetici) per l’ambiente e dannosi per la salute umana: si stimano circa 20mila morti l’anno. Condizioni di lavoro precarie che talvolta sconfinano nello sfruttamento minorile e nella schiavitù. Non quantificabili i danni alla fauna selvatica. Le aree prioritarie maggiormente interessate sono: lo Yangtze, l’Amur Heilong, l’Himalaya, i Gaths Occidentali, il Golfo di California, il Delta dell’Indo, l’Amazzonia, le foresta Atlantica brasiliana (Mata Atlantica), il Cerrado/Pantanal.

    OLIO DI PALMA: IN CUCINA, NEL ROSSETTO E NEL SERBATOIO.
Il fardello ecologico dell’olio di palma importato in Italia (nel 2010 sono arrivate circa 1.100.000 tonnellate di olio grezzo) è costituito da: un consumo di 410 milioni di metri cubi di acqua, 2 milioni di tonnellate di CO2-equivalenti, 210mila ettari di terreno l’anno – un’area grande quanto la provincia d’Ancona -, circa 3 milioni di tonnellate di materiali biotici e circa 1,2 milioni tonnellate di materiali abiotici. La gran parte dell’olio di palma giunge nel nostro Paese da Indonesia (71%), Malesia (13%), Thailandia (7%), Papua Nuova Guinea (6%). (Vedi mappa importazioni italiane). L’utilizzo per i principali prodotti derivati è così suddiviso: 185mila tonnellate per i biocarburanti, 115mila per i prodotti chimici organici, 50mila per le margarine e circa 200mila tonnellate complessive per prodotti il cui contenuto non è facilmente determinabile (cibi contenenti grassi vegetali, saponi e cosmetici). Una ‘zavorra ecologica’ in aumento se si considera che la produzione mondiale di olio di palma negli ultimi 30 anni è passata da 4,9 a 49 milioni di tonnellate e che rispetto al 2000 ci si aspetta una crescita della domanda del 100% nel 2020 e del 200% nel 2050, anche a causa degli investimenti dei produttori di biodiesel. I principali danni ambientali e sociali collegati alla sua filiera produttiva sono: perdita di habitat, erosione e degrado del suolo, inquinamento chimico delle acque e dispersione di pesticidi che giungono sino agli ecosistemi marini, sfruttamento e distruzione degli stili di vita delle popolazioni indigene. Le aree più colpite sono: Borneo, Sumatra, Papua Nuova Guinea, Amazzonia, Bacino del Congo.

fonte: http://www.ecoblog.it/post/14639/collasso-ecologico-il-wwf-denuncia-i-costi-ambientali-delle-materie-prime#continua

23feb

2012: Anno Internazionale dell’Energia Sostenibile

Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite ha proclamato ufficialmente il 2012 “Anno Internazionale dell’energia sostenibile per tutti”. Il lancio dell’iniziativa avrà luogo ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) in occasione del “World Future Energy Summit” (Vertice Mondiale sul Futuro Energetico) che si svolgerà dal 16 al 18 gennaio 2012. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riconoscendo l’importanza fondamentale dell’accesso universale all’energia per lo sviluppo sostenibile del pianeta, aveva già designato l’anno in corso quale  “Anno Internazionale dell’Energia Sostenibile per tutti”  sin dal dicembre 2010 con la Risoluzione 65/151.

La Risoluzione 65/151  sottolinea come l’Anno Internazionale dedicato alle energie rinnovabili, pulite e a prezzi equi per tutti costituisca un’opportunità preziosa e unica per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale “sull’importanza di affrontare i temi legati all’energia, compresi l’accesso universale a servizi energetici moderni e a prezzi equi per tutti, all’efficienza energetica, nonché alle fonti e all’utilizzo di energie rinnovabili” a livello locale, nazionale, regionale e internazionale.

L’ONU spiega che l’energia “sostenibile” è “l’energia prodotta ed utilizzata in modo tale da poter sostenere lo sviluppo umano a lungo termine in tutti suoi aspetti sociali, economici e ambientali”. Mentre per “accesso universale all’energia” si intende l’accessibilità fisica a sevizi energetici moderni (compreso, ad esempio, l’utilizzo di forni per cucinare efficienti e sicuri) che garantiscano la soddisfazione dei bisogni primari a prezzi accessibili a tutti. Questi servizi energetici moderni devono essere affidabili, sostenibili e, dove sia fattibile, prodotti da fonti rinnovabili.

Oggi, secondo le Nazioni Unite, 1,4 miliardi di persone non hanno ancora la possibilità di accedere alle fonti energetiche rinnovabili e ben 3 miliardi di persone utilizzano ancora “fonti tradizionali” e carbone come principali combustibili. Eppure “l’obiettivo dell’accesso universale all’energia sostenibile può essere raggiunto formalmente entro il 2030. Investendo solo il 3% delle spese globali destinate all’energia per i prossimi 20 anni, l’accesso universale all’energia sarà assicurato”.

Ban Ki-moon, insieme a UN-Energy (Agenzia delle Nazioni Unite per l’Energia) e United Nations Foundation, sta coordinando l’iniziativa globale chiamata  “Sustainable Energy for All”  che coinvolgerà – durante tutto il 2012 – i governi, la società civile e il settore privato affinché si raggiungano tre obiettivi fondamentali entro il 2030:
1. garantire l’accesso universale a servizi energetici moderni;
2. raddoppiare il tasso di incremento dell’efficienza energetica;
3. raddoppiare la percentuale di energie rinnovabili all’interno del mix energetico globale.

La Risoluzione 65/151 afferma, infine, che “nei paesi in via di sviluppo l’accesso a servizi energetici moderni a prezzi accessibili è essenziale per la realizzazione degli Obiettivi del Millennio e per lo sviluppo sostenibile.” L’energia pulita e universalmente accessibile è al servizio di tutti gli 8 “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”  perché è essenziale:

1. per aumentare la produttività agricola;                                                                                                                                                                                  2. per poter studiare;
3. per alleviare le fatiche di donne e bambine;
4. per salvare la vita ai bambini;
5. per fare progressi in campo medico e nell’assistenza sanitaria;
6. ai medici per curare le persone;
7. per rendere le comunità indipendenti;
8. per costruire ponti verso il futuro.

Perciò, l’impossibilità di usufruire di un’energia pulita, accessibile ed affidabile impedisce di fatto qualsiasi sviluppo umano, sociale ed economico. Per questo l’ONU “riconosce l’importanza dell’accesso universale all’energia sostenibile per il benessere dell’umanità, per il futuro dell’economia a livello globale e per la salvaguardia del nostro pianeta”.

 

Fonte:   http://www.buonenotizie.it/ambiente/2012/01/04/2012-anno-internazionale-dell%E2%80%99energia-sostenibile/

20feb

Crisi alimentare e biocarburanti

Secondo gli scienziati agricoli si sta avvicinando sempre più velocemente la  crisi alimentare, detta anche “tsunami silenzioso”.  Secondo Josette Sheeran del Programma Alimentare Mondiale, un organismo delle Nazioni Unite, un’ondata di inflazione dei prezzi degli alimenti si sta abbattendo sul pianeta, lasciando disordini e indebolendo governi nella sua scia. Tutto questo è confermato dalle statistiche, per la prima volta in 30 anni stanno emergendo proteste per la mancanza di cibo simultaneamente in molti luoghi.

Ad esempio, in Bangladesh sono aumentati i disordini, la Cina comincia a sentire i rigori di queste carenze. In Venezuela vi sono moltissimi poveri, quelli che vivono con 10  “bolivares” al giorno, stanno ritirando i bambini dalla scuola e diminuendo le verdure per poter pagare  il riso. Coloro che vivono con 5 “bolivares” al giorno stanno riducendo carne e verdure e uno o due pasti, in modo da poter comperare  una ciotola di riso. Le classi medie nei paesi poveri stanno rinunciando all’assistenza sanitaria ed eliminando la carne, per garantirsi tre pasti al giorno.

Circa un miliardo di persone vive con redditi non superiori a 5 “bolivares” al giorno. Secondo le stime, se il costo degli alimenti aumenta del 20% (in America Latina e in Africa, questi prezzi sono aumentati molto di più), 100 milioni di persone potrebbero tornare al livello di povertà assoluta. In alcuni paesi, ciò  annullarebbe tutto quello che è stato acquisito nella riduzione della povertà negli ultimi dieci anni di crescita. Dato che i mercati alimentari sono agitati, i conflitti civili sono in aumento, la crisi alimentare potrebbe diventare una sfida alla globalizzazione. A questa variabile macroeconomica ovvero il cibo, si deve aggiungere l’impatto della produzione sempre più accelerata di biocarburanti. Questi ultimi sono stati pensati come chiave per combattere i cambiamenti climatici e sono ottenuti da coltivazioni che a volte sono fondamentali per il sostentamento alimentare dei  paesi sottosviluppati.
Le colture per la produzione di biocarburanti, l´opzione energetica che si fa strada per la fornitura di benzina o gasolio come combustibile, cominciano ad avere una forte opposizione sociale.
Le ONG provenienti da diversi paesi produttori di materie prime (semi di soia in Argentina e Brasile, ed olio di palma dall’Indonesia e dalla Malaysia) hanno denunciato le devastazioni dell’ agricoltura industriale e coltivazioni energetiche: la deforestazione, lo spopolamento delle campagne, perdita di biodiversità, inquinamento delle acque, il sovraffollamento nelle città e la fame.

Un rapporto delle Nazioni Unite ha avvertito che la corsa a produrre quantitativi di biocarburanti (dal mais, canna da zucchero, soia o palma) sta causando un aumento di deforestazione e fame. Le Nazioni Unite non si oppongono a impianti di carburante, ma temono che questa fonte di energia si sta sviluppando senza controllo e senza cosiderare realmente tutte le sue conseguenze. Secondo Jorge Rulli,  ricercatore argentino “I biocarburanti accrescono gli attuali disordini  di un modello agricolo che ha causato danni sociali e ambientali, così come  la povertà in molti paesi”, spiega inoltre come le “monocolture abbiano provocato spostamenti massicci di popolazione alle città e la contaminazione dei campi.
L’industria agricola impiega a pochi lavoratori, e la disoccupazione rurale alimenta la disoccupazione urbana.
Infine Rulli ha detto “trasformeremo i campi di soia in nuovi campi petroliferi”.
Nei paesi in cui è già cominciata la coltivazione per produrre la materia prima per gli biocarburanti, si comincia a notare la speculazione della terra; i prezzi sono diventati più costosi e non c’è dove mettere il bestiame, che cominciarono ad occupare le pianure e le sul ciglio della strada. ”

Inoltre sempre dal rapporto delle Nazioni Unite si evince che le colture a fini energetici (cereali e canna da zucchero per l’etanolo, e oli di soia o di palma, dedicati a biodiesel) possono causare uno squilibrio nella catena alimentare. Il pericolo è che ne risentano le terre, le acque e altre risorse a scapito delle merci. La scarsità e l’aumento dei prezzi potrebbe aggravare le condizioni dei poveri. In Messico, l’aumento dei prezzi delle tortillas di mais (l’alimento base della dieta messicana) a causa della deviazione di grano per la produzione di etanolo degli Stati Uniti ha suscitato grande inquietudine.

In Brasile, l’espansione della canna da zucchero per produrre etanolo ha trovato una resistenza  inaspettata da parte del governo locale di Rio Verde (città prospera nello stato centrale di Goiás) e le imprese agricole, le quali hanno deciso di imporre alla coltura di canna da zucchero un limite del 10% dei terreni agricoli comunali.tuto ciò rappresenta 50.000 ettari, otto volte l’area già occupata dalla canna di zucchero nel comune, per la fornitura di una vecchia distilleria di alcool o etanolo. Per loro questa monocoltura di canna è “uno tsunami verde che spezza la catena produttiva agro-alimentare” e ”provoca tragedie sociali”  e  ambientali, se non sono controllate.
Inoltre, l’Unione Europea, ha intenzione diimportare grandi quantità di materie prime (palma, soia)provenienti da foreste tropicali, paludi e altri ecosistemi, e denunciare i gruppi ambientali europei.Secondo loro ”I biocarburantisono una minaccia per le foreste”, e mettere in guardia dei pericoli che incombono sul Ecuador, Colombia e Brasile. In Indonesia prevede di sviluppare i biocarburanti (legata allapolitica europea) di prevedere moltiplicando per 43 la produzione di olio di palma, che ha distrutto 20 milioni di ettari di foresta tropicale, secondo Veterinari Senza Frontiere.

A nostro modo di vedere, la soluzione inizia con l’educazione ambientale, l`unica uscita per prendere coscienza e fare del risparmio energetico una proposta di vita. C’è accordo sul fatto che con  i biocarburanti vi siano due pericoli concreti e imminenti. Oltre alle conseguenze negative sulla produzione alimentare nel mondo e l’impatto sugli ecosistemi, si stanno creando false aspettative  e false speranze tecnologiche. Il pericolo è che si abbassi la guardia sul risparmio energetico e consumo responsabile, che  sono le soluzioni chiave di cui abbiamo bisogno per mitigare il cambiamento climatico e  avvicinarci ad un società più equa, più armoniosa con l’ambiente.

23ago

Piattaforma Shell in Scozia: si teme disastro ecologico

piattaforma

piattaforma

La Scozia teme il peggior disastro ambientale dal 1993: nel Mare del Nord continua infatti a riversarsi greggio che fuoriesce da una falla in una piattaforma di proprietà della Shell. L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi dal quotidiano”The Scotsman”. Quasi 660 tonnellate di greggio sono nell’oleodotto danneggiato e potrebbero dunque finire in acqua nell’ipotesi che i tentativi di contenere la perdita falliranno.

22ago

Governo Usa chiede a Bp verifiche su possibile nuovo incidente nel Golfo del Messico

BpBp, la compagnia petrolifera britannica colpevole per il disastro ambientale nel Golfo del Messico nell’aprile 2010, sta indagando sulla possibile origine di una nuova “pellicola lucida” notata la scorsa settimana dalla Guardia Costiera americana nelle acque del Golfo del Messico. La Bp ha affermato che non c’è alcuna indicazione di un nuovo versamento. L’azienda petrolifera britannica ha fatto comunicato che il governo americano ha richiesto che, assieme ad altre aziende del settore, indaghi sull’origine della pellicola di materiale lucente presente nella zona del Green Canyon del Golfo del Messico. Bp ha inviato un sottomarino a comando remoto per verificare la tenuta di due suoi vecchi pozzi utilizzati per la trivellazione in mare.

11apr

Motore a biometano: ecologico come quello elettrico

eco guida e patente ecosostenibile

mobilità sostenibile

Le idee sono ancora molte confuse quando si parla di auto ecologiche del presente e del futuro: elettrica, ibrida, o a metano/gpl? Queste sono le principali tecnologie che stanno diffondendosi nel mondo della “mobilità sostenibile”.
I principali costruttori di veicoli stanno elaborando ormai da tempo strategie per ridurre le emissioni di CO2, come imposto dall’Unione Europea), puntanto ad uscire gradualmente dalla dipendenza petrolifera.
Le soluzioni sono il cosiddetto “downsizing” dei motori, cioè cilindrate minori e quindi consumi ridotti. Anche le alimentazioni alternative ai carburanti tradizionali stanno prendendo piede: per esempio, circa il 15% delle auto vendute da Fiat in Italia nel 2010, senza incentivi, è dotato di doppia alimentazione benzina/metano

Quale sarà l’auto a basse emissioni più diffusa tra quindici anni (gpl/metano, elettrica, ibrida)?
L’analisi “well to wheel” , ovvero dal pozzo alla ruota, confronta tra loro le diverse soluzioni tecnologiche, non solo per l’efficienza del veicolo, ma anche per produrre, trasportare e immagazzinare la fonte d’energia, dimostra che lo sviluppo del metano, attraverso il biometano generato da fonti rinnovabili, porterà vantaggi ecologici analoghi a quelli dell’alimentazione elettrica. Quest’ultima, però, ha dei punti difficili da superare, in particolare i costi, i tempi di ricarica e i limiti di percorrenza.

Fiat è la casa automobilistica con le più basse emissioni medie di CO2 in Europa, già sotto il limite di 135 g/km fissato dall’Unione europea per il 2015.

16mar

Nel Tirreno “un mare” di plastica

sacchetti di plastica nel Mar Mediterraneo

sacchetti di plastica nel Mar Mediterraneo

Nel Mare Nostrum aumenta sempre più la concentrazione di scorie di vario genere, in prevalenza plastica, stimate in circa 500 tonnellate. Nel mar Tirreno, tra Italia, Spagna e Francia di stima una concentrazione di rifiuti superiore a quella delle famigerate “isole di spazzatura” rilevate nell’oceano Atlantico e nell’oceano Pacifico.

Il dato è stato denunciato al Senato da Legambiente, in collaborazione con Arpa. E’ stato consegnato il rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino“.

L’Arpa ha effettuato un monitoraggio nell’arcipelago toscano: in un’ora sono stati prelevati 4 kg di rifiuti, la voce plastica, che raggruppa sacchetti di varie dimensioni e comunque pezzi di plastica derivanti da molteplici usi, costituisca ben il 73% dei rifiuti che possiamo trovare sul fondo del marino!

A seguito del rischio di ingestione o intrappolamento, sono ormai noti i problemi causati alla fauna marina dalla plastica, ed in particolar modo dai sacchetti.Le principali vittime sono mammiferi marini e le tartarughe, di cui quasi la metà delle specie sono a rischio estinzione.

Fonte: Legambiente.it