Blog Ecologia è la risorsa sulle novità tecniche e tecnologiche a supporto dello sviluppo sostenibile, della eco-compatibilità e della coscienza ecologica. Le aziende che operano nel Green Market possono inviarci i loro comunicati e pubblicare le loro schede nella directory gratuita.

Archivio per la Categoria ‘Ecosostenibilità Mondo’

21feb

Progetto Arbio

Arbio, o Associazione per la Resilienza del Bosco (cosí in si chiama la Foresta Amazzonica in Perú) alla Inter-Oceanica, nasce nel 2010 a Puerto Maldonado, capitale della regione amazzonica meridionale del Perù, Madre de Dios.
Ha a disposizione una superficie di 916 ettari di foresta amazzonica (9.16 km2) in contratto di concessione rilasciato dal governo peruviano, ed è associata con un area adiacente di 724 ettari (7,24 km2). Queste aree rappresentano la base per lo sviluppo del progetto.

Obiettivi
L’obiettivo è quello di consentire la coesistenza della foresta con la popolazione locale e la superstrada Inter-Oceanica. Non sono contro la costruzione della superstrada, che offre molteplici opportunità di sviluppo. Peró si auspicano che questo sviluppo sia sostenibile e non rada al suolo la foresta nel suo percorso.

Fondatori

Tatiana Espinosa Q.

Ingeniera in Scienze Forestali della UNALM-Perú, nata a Lima. Il suo interesse per l’Amazzonia la ha portata a lavorare nella regione di Madre de Dios dall’anno 2003, in conservazione, fauna silvestre e gestione di prodotti non maderabili (specialmente la noce del Brasile). Magister Scentiae in Gestione e Conservazione della foresta Tropicale e Biodiversitá al CATIE, Costa Rica, grazie a una borsa di studio della cooperazione técnica belga. Esperienza in Servizi Ecosistémici e Adattamento al Cambio Climático tanto in Perú come in Centroamérica. Nell’anno 2009 torna a Madre de Dios con Michel per cominciare a creare ArBio.

Michel Saini

Ingeniere Ambientale al Politecnico di Milano, nato a Como, Italia. Nel 2003 si é trasferito in Cile per studiare Ingenieria Forestale e da allora decide di dedicarsi allo studio e alla conservazione delle foreste in Latinoamérica. Magister Scentiae in Gestione e Conservazione della foresta Tropicale e Biodiversitá al CATIE, Costa Rica, specializzandosi in politica e governanza delle risorse naturali. Consulente con esperienza in politiche ambientali e adattamento al cambio climático. Nel 2010 fonda Arbio e attualmente vive, con Tatiana, nella regione di Madre de Dios.

Rocío Espinosa Q.

Ingeniera in Industria Alimentaria de la UNALM-Perú, con Master in Amministrazione d’impresa en ESAN, Lima. Esperta in organizzazione di commercio sostenibile e problematiche relazionate al Cambio Climático in Perú. Durante gli ultimi 12 anni ha sviluppato una personale ricerca centrata sulla spiritualità, metafisica, e occultismo, pubblicando un libro nel 2005 dove comparte le sue esperienza nel tema. Da Lima coordina la gestione amministrativa delle attivitá di ArBio.

Associati

Antonio Fernandini Guerrero

Biologo della UNALM, Perú. Presidente della FAR (Fondazione Amazzonica per la Reciprocitá). L’amore di Antonio per la Amazzonia e la sua gente si é sviluppato con il suoi sforzi per salvare l’aquila arpía, specie en pericolo di estinzione e creatura mítica che ha condotto Antonio a conoscere molte comunitá native della selva peruviana dal 1995. Dal 2004, sta construendo il “Centro Sowewankeri per le aquile amazzoniche”, dove promuovere lo sviluppo comunitario sostenibile.  Inoltre, attualmente lavora nella rivalorizzazione dell’ancestrale cultura amazzonica appoggiando la Federazione Nativa di Madre de Dios (FENAMAD).

Manuel Arguedas

Nato a Puerto Maldonado, capitale della regione di Madre de Dios. Castañero. Forma parte del comitato esecutivo della Associazione Castañera della Riserva Tambopata – ASCART. Ha amplia esperienza dell’ecosistema amazzonico, avendo partecipato come assistente a molti progetti di ricerca a livello universitario, master e dottorato. Il suo forte e quello che piú lo appassiona é la conservazione della fauna silvestre. Attualmente sta implementando il circuito di sentieri per il monitoreo della fauna nell’area di ArBio.

Carlos Ramirez

Custode Forestale. Nato a Puerto Maldonado, pescatore, esperto conoscitore di molti fiumi e boschi della regione, fra cui il Rio Piedras. Esperto in costruzione con materiali locali, riconoscimento di specie vegetali utili, raccolta di castaña e identificazione di fauna silvestre. Ha lavorato come vigilante cittadino per il suo municipio. Attualmente é Custode Forestale nell’area base di ArBio.

21feb

Ipack Ima 2012: Quali i gusti degli italiani in fatto di packaging?quali le risposte delle aziende?

Questo il tema che Comieco presenterà durante il convegno del 2 marzo dal titolo “Carta e Cartoni: protezione per il prodotto, protezione per l’ambiente” (ore 11,00 – Sala Scorpio)

Protezione del prodotto, attenzione all’ambiente, rispetto del consumatore. Questi sono i caratteri del packaging in carta e cartone, come emerge da uno studio commissionato da Comieco ad Astra Ricerche, che svelerà le preferenze dei consumatori italiani in fatto di imballaggi. A commentare i risultati della ricerca e a presentare innovazione e best practice sul packaging saranno presenti due aziende, ospiti di Comieco, Barilla, rappresentata da Maurizio Bonuomo, e Francesco Zago del Gruppo Progest.

Proprio nel contesto di Ipack-Ima Comieco presenterà ufficialmente il “Club Carta e Cartoni”, studiato e sviluppato dal consorzio con l’intento di alimentare e condividere tutto quello che è importante e necessario sapere sul packaging in cellulosa in termini di innovazione e responsabilità.

Appuntamento venerdì 2 marzo alle ore 11

presso la Sala Scorpio per il convegno

“Carta e Cartoni: protezione per il prodotto, protezione per l’ambiente”.

Interventi di : Claudio Covini, Assografici

Carlo Montalbetti, Comieco

Enrico Finzi, Astra Ricerche

Maurizio Bonuomo, Barilla

Francesco Zago, Gruppo Progest

Coordinamento:       Piero Capodieci

Il management di Comieco è disponibile per interviste prima e dopo il convegno (venerdì 2 marzo presso la Sala Scorpio).

Per approfondimenti è possibile scaricare il programma del convegno a questo link: Convegno 2 marzo

20feb

Crisi alimentare e biocarburanti

Secondo gli scienziati agricoli si sta avvicinando sempre più velocemente la  crisi alimentare, detta anche “tsunami silenzioso”.  Secondo Josette Sheeran del Programma Alimentare Mondiale, un organismo delle Nazioni Unite, un’ondata di inflazione dei prezzi degli alimenti si sta abbattendo sul pianeta, lasciando disordini e indebolendo governi nella sua scia. Tutto questo è confermato dalle statistiche, per la prima volta in 30 anni stanno emergendo proteste per la mancanza di cibo simultaneamente in molti luoghi.

Ad esempio, in Bangladesh sono aumentati i disordini, la Cina comincia a sentire i rigori di queste carenze. In Venezuela vi sono moltissimi poveri, quelli che vivono con 10  “bolivares” al giorno, stanno ritirando i bambini dalla scuola e diminuendo le verdure per poter pagare  il riso. Coloro che vivono con 5 “bolivares” al giorno stanno riducendo carne e verdure e uno o due pasti, in modo da poter comperare  una ciotola di riso. Le classi medie nei paesi poveri stanno rinunciando all’assistenza sanitaria ed eliminando la carne, per garantirsi tre pasti al giorno.

Circa un miliardo di persone vive con redditi non superiori a 5 “bolivares” al giorno. Secondo le stime, se il costo degli alimenti aumenta del 20% (in America Latina e in Africa, questi prezzi sono aumentati molto di più), 100 milioni di persone potrebbero tornare al livello di povertà assoluta. In alcuni paesi, ciò  annullarebbe tutto quello che è stato acquisito nella riduzione della povertà negli ultimi dieci anni di crescita. Dato che i mercati alimentari sono agitati, i conflitti civili sono in aumento, la crisi alimentare potrebbe diventare una sfida alla globalizzazione. A questa variabile macroeconomica ovvero il cibo, si deve aggiungere l’impatto della produzione sempre più accelerata di biocarburanti. Questi ultimi sono stati pensati come chiave per combattere i cambiamenti climatici e sono ottenuti da coltivazioni che a volte sono fondamentali per il sostentamento alimentare dei  paesi sottosviluppati.
Le colture per la produzione di biocarburanti, l´opzione energetica che si fa strada per la fornitura di benzina o gasolio come combustibile, cominciano ad avere una forte opposizione sociale.
Le ONG provenienti da diversi paesi produttori di materie prime (semi di soia in Argentina e Brasile, ed olio di palma dall’Indonesia e dalla Malaysia) hanno denunciato le devastazioni dell’ agricoltura industriale e coltivazioni energetiche: la deforestazione, lo spopolamento delle campagne, perdita di biodiversità, inquinamento delle acque, il sovraffollamento nelle città e la fame.

Un rapporto delle Nazioni Unite ha avvertito che la corsa a produrre quantitativi di biocarburanti (dal mais, canna da zucchero, soia o palma) sta causando un aumento di deforestazione e fame. Le Nazioni Unite non si oppongono a impianti di carburante, ma temono che questa fonte di energia si sta sviluppando senza controllo e senza cosiderare realmente tutte le sue conseguenze. Secondo Jorge Rulli,  ricercatore argentino “I biocarburanti accrescono gli attuali disordini  di un modello agricolo che ha causato danni sociali e ambientali, così come  la povertà in molti paesi”, spiega inoltre come le “monocolture abbiano provocato spostamenti massicci di popolazione alle città e la contaminazione dei campi.
L’industria agricola impiega a pochi lavoratori, e la disoccupazione rurale alimenta la disoccupazione urbana.
Infine Rulli ha detto “trasformeremo i campi di soia in nuovi campi petroliferi”.
Nei paesi in cui è già cominciata la coltivazione per produrre la materia prima per gli biocarburanti, si comincia a notare la speculazione della terra; i prezzi sono diventati più costosi e non c’è dove mettere il bestiame, che cominciarono ad occupare le pianure e le sul ciglio della strada. ”

Inoltre sempre dal rapporto delle Nazioni Unite si evince che le colture a fini energetici (cereali e canna da zucchero per l’etanolo, e oli di soia o di palma, dedicati a biodiesel) possono causare uno squilibrio nella catena alimentare. Il pericolo è che ne risentano le terre, le acque e altre risorse a scapito delle merci. La scarsità e l’aumento dei prezzi potrebbe aggravare le condizioni dei poveri. In Messico, l’aumento dei prezzi delle tortillas di mais (l’alimento base della dieta messicana) a causa della deviazione di grano per la produzione di etanolo degli Stati Uniti ha suscitato grande inquietudine.

In Brasile, l’espansione della canna da zucchero per produrre etanolo ha trovato una resistenza  inaspettata da parte del governo locale di Rio Verde (città prospera nello stato centrale di Goiás) e le imprese agricole, le quali hanno deciso di imporre alla coltura di canna da zucchero un limite del 10% dei terreni agricoli comunali.tuto ciò rappresenta 50.000 ettari, otto volte l’area già occupata dalla canna di zucchero nel comune, per la fornitura di una vecchia distilleria di alcool o etanolo. Per loro questa monocoltura di canna è “uno tsunami verde che spezza la catena produttiva agro-alimentare” e ”provoca tragedie sociali”  e  ambientali, se non sono controllate.
Inoltre, l’Unione Europea, ha intenzione diimportare grandi quantità di materie prime (palma, soia)provenienti da foreste tropicali, paludi e altri ecosistemi, e denunciare i gruppi ambientali europei.Secondo loro ”I biocarburantisono una minaccia per le foreste”, e mettere in guardia dei pericoli che incombono sul Ecuador, Colombia e Brasile. In Indonesia prevede di sviluppare i biocarburanti (legata allapolitica europea) di prevedere moltiplicando per 43 la produzione di olio di palma, che ha distrutto 20 milioni di ettari di foresta tropicale, secondo Veterinari Senza Frontiere.

A nostro modo di vedere, la soluzione inizia con l’educazione ambientale, l`unica uscita per prendere coscienza e fare del risparmio energetico una proposta di vita. C’è accordo sul fatto che con  i biocarburanti vi siano due pericoli concreti e imminenti. Oltre alle conseguenze negative sulla produzione alimentare nel mondo e l’impatto sugli ecosistemi, si stanno creando false aspettative  e false speranze tecnologiche. Il pericolo è che si abbassi la guardia sul risparmio energetico e consumo responsabile, che  sono le soluzioni chiave di cui abbiamo bisogno per mitigare il cambiamento climatico e  avvicinarci ad un società più equa, più armoniosa con l’ambiente.

20feb

Tessitura Langè: tessuti tecnici da fibre riciclate

Il mercato del settore tessile è sempre più sensibile alle tematiche ambientali.
Quasi certamente, nel prossimo futuro, l’interesse e la richiesta di tessuti riciclati continueranno ad aumentare. Secondo alcuni produttori italiani, le fibre naturali riciclate catalizzeranno un’interesse sempre maggiore e avranno un ruolo fondamentale per risolvere concretamente il problema della sostenibilità nel settore tessile.
Tra questi la Tessitura Langè srl, un’azienda lombarda con sede a Robecchetto con Induno, a nord di Milano, specializzata nella produzione di tessuti in fibre naturali per molteplici settori: calzatura, pelletteria e accessori, packaging d’immagine, arredamento, tessuti tecnici e molto altro.
Negli ultimi anni, talvolta andando in controtendenza, rispetto alle richieste di mercato, ha continuato nella produzione di tessuti in cotone e fibre naturali, mantenendo fede ad una tradizione che dura dal 1948.
Oggi, all’inizio del 2012, è pronta a rinnovare questa tradizione presentando una nuova linea di tessuti ecologici realizzati in cotone riciclato.
Questi tessuti nascono dal progetto T-REC: Textile RECycling project, un progetto grande e ambizioso, una ricerca verso nuovi modi di creare tessuti con fibre naturali riciclate ed ecologiche, realizzate attraverso processi e lavorazioni a basso impatto ambientale.
Il marchio “RCF – Recycled Cotton Fabric” è il primo passo in questa direzione; RCF identifica il “cotone riciclato” che la Tessitura Langè srl ha sviluppato e prodotto. I pregi di questa fibra riciclata sono innumerevoli ed è giusto citarne alcuni:

- non impiega nuove risorse: la materia prima riciclata, deriva interamente da scarti preesistenti
(scarti di tessitura, filati, tessuti, ritagli di confezione, ecc.)

- è identico al cotone tradizionale: conserva le stesse proprietà di durata e comfort del cotone coltivato

- lavorazioni a basso impatto ambientale: limitano l’utilizzo di acqua, coloranti e prodotti chimici.

- abbattimento delle emissioni di CO2: si pensi ai costi e all’inquinamento provocato dai trasporti via mare e terra, necessari ad importare filati e tessuti di cotone, dai Paesi produttori stranieri.

- nessuno scarto da lavorazione: negli ultimi anni, la Tessitura Langè si è organizzata per raccogliere e recuperare, in maniera differenziata, tutti gli scarti che derivano dal ciclo produttivo.

- costi più contenuti: rispetto al cotone biologico/organico.

L’estensione della pratica del riciclo dipenderà naturalmente molto dall’atteggiamento dei produttori di capi e articoli finiti, ma anche dalla capacità di stilisti, designer, distributori e uomini del marketing di valorizzare questi materiali e di spiegarli al pubblico. Intanto, la Tessitura Langè srl si è dimostrata già preparata ad affrontare questa nuova ed importante sfida.

17feb

Asciugatrice Ecologica: Zoppas PTH 487

Negli ultimi anni, una delle caratteristiche comune a tutti gli elettrodomestici commercializzati, è rappresentata dal risparmio energetico e dalla tendenza ad inquinare il meno possibile. Infatti, costi alla mano, è preferibile puntare al nuovo piuttosto che optare su elettrodomestici di seconda mano confrontandosi però con consumi quantomeno elevati.

Zoppas PTH 487 è un modello di asciugabiancheria relativamente recente e ad oggi si riesce ad acquistarla anche non più a prezzo pieno. Appartenente alla classe A tra gli elettrodomestici, può caricare fino a 7 chilogrammi, è dotata di carica frontale e si può tenere tranquillamente sopra la lavatrice. Pompa di calore e controllo elettronico totale, assicurano un risparmio in termini di energia anche del 40% rispetto a modelli precedenti di solo qualche anno.

A contribuire sul risparmio energetico  sono il controllo asciugatura automatico (che impedisce di lasciare acceso l’apparecchio per un tempo superiore al minimo indispensabile), un consumo assolutamente proporzionale al carico di bucato e la cosiddetta “Funzione Asciugamorbido”, che elimina l’umidità dalla biancheria a temperature ridotte. L a parte fondamentale che porta ad accrescere fino anche ad azzerare il risparmio energetico è dato però sicuramente dall’utilizzo che fa l’uomo degli elettrodomestici: a meno che non sia inverno oppure pioggia  e smog eccessivo rischino di sporcare nuovamente i capi, sole e vento restano la miglior soluzione praticabile per quanto riguarda l’asciugatura, con risparmio energetico pari al 100%.

 

16feb

Melting Ice,la nuova frontiera degli antighiaccio prodotta da AirBank

Airbank è l’azienda leader in Italia nel settore dell’antinquinamento e della sicurezza ambientale, ma soprattutto un’azienda a bassissimo impatto ambientale. Grazie al suo impianto fotovoltaico, infatti, nell’ultimo anno ha evitato l’emissione di oltre 72 tonellate di CO2 nell’atmosfera.

Ora si ripropone immettendo sul mercato Melting Ice,  un antighiaccio che offre garanzie sulla sicurezza per le auto in movimento e per l’Ambiente. Questo prodotto agisce a temperature a cui non arriva il sale(fino a -28°C), ma soprattutto non danneggia la vita vegetale, dall’erba agli alberi, non mette in pericolo le falde acquifere e non rischia di corrodere la superficie stradale, scongiurando la formazione di buche e quindi abbattendo notevolmente i costi di ripristino e di manutenzione. Viste le condizioni metereologiche dell’ultimo periodo, non c’è stato periodo migliore per commercializzare Melting Ice….come dire, tempismo perfetto!

15feb

Svezia: ecco il primo grattacielo-serra

Plantagon, ecco il nome della società americana che già diversi anni fa presentò il progetto inerente alla realizzazione di una serie di grattacieli “serre” in grado di riscrivere il concetto di agricoltura.

Tale progetto proponeva appunto la costruzione di mega-serre all’interno delle quali coltivare legumi ed ortaggi al riparo dall’inquinamento e a costi ridotti in virtù del fatto che tali strutture fossero realizzate in città.

Le sensazioni di allora furono contrastanti ma allo stato attuale delle cose, ebbe ragione Plantagon che pochi giorni fa ha firmato l’accordo relativo alla costruzione della struttura  a Linköping(Svezia).

“Plantscraper”, il grattacielo-serra, sostituisce ciò che in fase progettuale sarebbe dovuta essere una cupola geodetica. Tale edificio sarà il Centro Nazionale di Eccellenza per l’agricoltura urbana e una parte di esso sarà un laboratorio nel quale gli scienziati svilupperanno nuove tecnologie di agricoltura urbana appunto.

Tra le spesse pareti di vetro, le piante saranno coltivate in vaso prima di essere spostate su dei vassoi disposti intorno ad una gigantesca elica centrale. Man mano che le piante crescono e dunque i vassoi si appesantiscono, si spostano lentamente verso il nucleo centrale in basso, pronte per essere raccolte quando avranno raggiunto il fondo. Concime e  residui vegetali raccolti lungo il cammino e convertiti in biogas alimenteranno i sistemi termici della serra urbana.

Secondo i ricercatori, questi nuovi metodi di agricoltura porteranno nuove soluzioni di sviluppo dal punto di vista energetico e termico oltre che per i rifiuti e per l’acqua, praticamente vi saranno benefici sulla vita cittadina quotidiana. Insomma non solo verdure attraverso il Grattacielo-Serra.

13feb

Ecobot: robot che si nutrono

Ecobot

Che cosa sono?

Sviluppati nel Laboratorio di Robotica dell’Università di Bristol, arrivati già alla terza generazione,“ecobot”(eco-robot)
possono essere definiti come l’equivalente dei nostri animali domestici per quel che riguarda i bisogni primari: mangiano – e
non sono schizzinosi, considerando che mangiano di tutto, perfino gli escrementi – digeriscono e…si liberano delle sostanze
ingerite in modo naturale.

“Sono dotati di una sorta di “stomaco” composto da tante celle a combustibile alimentate da urina, come spiegato in un articolo redatto
dalla rivista Physical Chemistry Chemical Physics, e persino da feci. Dunque, per essere attivi gli EcoBot-III riciclano il
materiale organico delle fogne. Così facendo ricoprono una funzione più eco-friendly”, producendo energia “pulita”.

Addirittura la Nasa si è interessata alla ricerca e intenderebbe utilizzare i sistemi digestivi degli ecobot nelle navicelle
spaziali per convertire in elettricità gli escrementi degli astronauti.
Bella idea eco-sostenibile. Al momento i robot non hanno sembianze umane, ma questo potrebbe diventare lo step successivo.
Sicuramente, aldilà dell’aspetto più o meno umanoide, tale invenzione è un passo avanti nel campo dello smaltimento e del
riciclo di rifiuti organici.

13feb

Classifica Greenpeace: le 10 aziende più “verdi”

Nei giorni scorsi, è stato redatto da Greenpeace il rapporto annuale Cool IT, all’interno del quale sono state analizzate le aziende IT più attive nella promozione e nell’adozione di soluzioni energetiche sostenibili . Nell’edizione annuale, Greenpeace ha considerato 21 aziende in tutto il mondo ed è andata a scavare nei dettagli delle stesse.

Riassumiamo  dunque la situazione delle prime 10 della lista. I parametri di valutazione sono diversi, ma comunque raggruppabili in 3 macrocategorie:

1- L’impegno a sviluppare nuove soluzioni economiche e tecnologiche finalizzate a migliorare la sostenibilità dell’azienda

2- Le idee praticate per ridurre emissioni e impronta ecologica dell’azienda

3- La promozione di politiche energetiche alternative, presso enti ed associazioni internazionali

Seguendo la classifica ci si rende subito conto di due assenze importanti:  Apple e Facebook.  a discapito dei grossi
guadagni riscontrati negli ultimi anni, infatti, le due aziende americane non si sono ancora mosse per ridurre in maniera
importante il loro impatto ambientale (nonostante i data center delle aziende hi-tech oggi assorbono il 2% della domanda
energetica americana). Per questo motivo, non solo non compaiono nella top 10, ma nemmeno fra le 21 aziende analizzate da
Greenpeace.

1. Google
In vetta alla classifica si piazza Google,che nell’ultimo periodo ha investito sulle energie rinnovabili (fino quasi a
trasformarle in parte integrante del proprio business). Merito delle considerevoli somme dedicate alla produzione di energia
rinnovabile (compreso un impianto eolico offshore), della riduzione della impronta ecologica e del costante appoggio alle
iniziative di politica ambientale in California e Unione Europea. Ciònonostante, Google non ha ancora presentato degli
obiettivi chiari per quanto riguarda la riduzione delle emissioni.

2. Cisco
Due anni fa si trovava al primo posto, oggi è slittata al secondo. Ciò a causa del fatto che tra il 2009 e il 2010 il suo
impiego di energie rinnovabili si è ridotto del 10%, partendo da un 37% iniziale. In ogni caso, Cisco ha raggiunto un ottimo
risultato riducendo le sue emissioni del 25% negli ultimi 5 anni. In più, ha sviluppato diverse soluzioni interessanti per il
calcolo e la comunicazione del dispendio energetico.

3. Ericsson
L’azienda svedese ad oggi è leader nello sviluppo di soluzioni originali sviluppate per calcolare l’impatto ambientale nel
settore ICT. E’ inoltre parecchio attiva anche sul piano politico, avendo appoggiato nel 2010 la Dichiarazione di
Guadalajara. Nel 2008 Ericsson ha posto il suo traguardo in merito alla riduzione di emissioni al 40% entro il 2013, ma
ancora non si sa che punto sia nella corsa verso tale obiettivo.

4. Fujitsu
Occupa la quarta posizione nella classifica generale, Fujitsu è però in cima alla classifica delle aziende che più si
dedicano alla ricerca, studi e soluzioni che provino l’efficacia delle politiche ambientali applicate all’industria hi-tech.
Inoltre, Fujitsu ha sviluppato EcoCalc, un’applicazione che permette alle aziende di calcolare l’impatto ambientale delle
soluzioni ICT.

5. Vodafone
Vodafone punta a ridurre le  emissioni del 50% per il periodo 2007-2020 e sta lavorando per rendere energeticamente più
efficienti i propri data center.Si trova al 5 posto della classifica grazie al suo impegno politico (ha firmato la Dichiarazione di Guadalajara ed è stata tra i più forti sostenitori dell’obbiettivo europeo di riduzione emissioni al 30%) e
per la mole di studi compiuti sull’impatto delle soluzioni energetiche in campo ICT.

6. Alcatel Lucent
L’azienda transalpina si è classificata sesta, ma è al secondo posto per quanto riguarda la riduzione dell’impatto energetico. Dal 2008 ad oggi, Alcatel ha diminuito del 12,6% le proprie emissioni e ha buone chances di raggiungere entro il 2020 l’obbiettivo 50%. Tuttavia, la compagnia parigina ha fatto poco per trovare nuove soluzioni al problema climatico rivelandosi poco propensa a supportare politiche ambientali internazionali.

7. Sharp
Anche se ha fissato gli obbiettivi di riduzione emissioni poco coraggiosi e punti davvero poco sull’utilizzo di energie rinnovabili, Sharp si posiziona piuttosto bene nella classifica complessiva. Questo grazie alla decisione di aumentare significativamente l’efficienza energetica dei propri prodotti (soprattutto i TV) e per l’attiva pressione effettuata sul governo Giapponese col fine di incrementare gli sforzi sulle energie rinnovabili.

8. Softbank
Il punteggio ottenuto da Softbank è da attribuirsi alla grande attività politica. In seguito al disastro ambientale di Fukushima, Softbank è stata tra le aziende che più si sono mosse per abbandonare l’energia nucleare in Giappone. Unica pecca: in fatto di riduzione delle emissioni (sia a livello concreto che di obiettivi) l’azienda si trova agli ultimi posti.

9. IBM
Il caso di IBM è alquanto singolare. L’azienda infatti è l’unica della classifica ad aver ottenuto un punteggio negativo in una delle tre categorie. Questo è avvenuto per non aver preso le distanze da BusinessEurope, un’associazione commerciale che si è fortemente opposta al target di riduzione emissioni del 30% in Unione Europea. Un peccato, dal momento in cui la compagnia è occupa comunque il primo posto in classifica per quanto riguarda la riduzione di emissioni.

10. HP
Fanalino di coda della classifica, HP, compagnia che negli ultimi anni si era discretamente distinta in termini di sensibilità ambientale. Il problema è che l’azienda ha una politica energetica poco costante, da una parte ha fissato un obiettivo di riduzione emissioni del 20% tra il 2005 e il 2013, e abbia fatto molta trasparenza sulle soluzioni energetiche adottate, dall’altra non ha ancora posto traguardi a lungo termine.  Oggi, HP affida l’8% del proprio fabbisogno a energie rinnovabili e negli ultimi sette anni ha incrementato del 50% l’efficienza energetica dei propri prodotti.

13feb

ADzero: il primo smartphone in bambu’

Al giorno d’oggi, la strada intrapresa è quella di costruire oggetti con materiali che non producono o limitano l’inquinamento ambientale,comunemente noti come  eco-compatibili.

Tale decisione, messa in pratica da diverse aziende, rappresenta davvero un aspetto di grande rilevanza al fine di contribuire alla salvaguardia  di tutto il pianeta. Seguendo questo trend, anche le aziende tecnologiche sviluppano  dispositivi ad alto contenuto tecnologico in modo eco friendly, ovvero a basso impatto ambientale, realizzati con materiali non inquinanti pur mantenendo invariate le funzionalita’ dei prodotti stessi.

Ciò che è rappresentato nell’immagine è la sintesi di quanto detto finora .Si tratta infatti di un telefono cellulare eco-compatibile realizzato in…legno.  Esatto proprio così; la maggior parte dei componenti di questo telefono e’ fatta con legno di bambu, ’rendendolo molto resistente a urti accidentali e a cadute, il tutto abbinato ad un peso davvero ridotto.